Ergastolo Ostativo, Corte di Strasburgo: 'Italia riformi la legge'

Ergastolo ostativo, Di Maio: 'C'è il rischio di ritrovarci fuori dal carcere boss mafiosi e terroristi'

Ergastolo ostativo ai mafiosi, la Corte dei diritti umani di Strasburgo rigetta il ricorso dell'Italia

La decisione di oggi influenzerà la situazione di 957 persone che in Italia stanno scontando condanne all'ergastolo per reati di mafia e terrorismo. Secondo la Corte, la legge sull'ergastolo ostativo viola il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. In particolare per quanto riguarda i condannati per mafia ed i mafiosi si parte dall'assunto che queste persone rimangano per sempre fedeli all'organizzazione criminale. "Ma stiamo scherzando?" Per il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale il Movimento Cinque Stelle "non condivide in nessun modo la decisione presa dalla Corte". La sentenza Viola del 13 giugno scorso non faceva altro che applicare al caso italiano una giurisprudenza consolidatissima che considera contraria all'articolo 3 della Cedu una pena perpetua priva di concrete prospettive di liberazione del detenuto, alla luce del suo percorso educativo. "Faremo il possibile per far valere a livello europeo una scelta che non è stata fatta adesso ma è stata fatta anche su impulso di magistrati che hanno perso la vita nella lotta contro la criminalità". Spero che questa nuova disposizione si estenda anche a quei detenuti che pur senza ergastolo hanno l'ostatività ai benefici. Quella della Corte europea dei diritti dell'uomo, dunque, secondo l'avvocato Di Gregorio, è "una decisione senza dubbio giusta, anche perché non mi risulta che, nonostante il governo nuovo, abbiano abrogato la funzione rieducativa della pena dalla Costituzione".

Altri ex giudici, come Gherardo Colombo, si sono invece espressi contro l'istitutio dell'ergastolo ostativo.

La Corte Europea, argomenta il professore, "non ha bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari ma ha contestato l'equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il legislatore italiano a prevedere anche per l'ergastolano non collaborante la necessita' di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato la prova del sicuro ravvedimento".

Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, ha definito il caso come una "notizia triste per chi crede che le mafie vadano combattute con determinazione". A chi vede nella decisione il rischio di un regalo alle mafie, Don Sandro sottolinea che "la mafia non la si combatte semplicemente con il carcere".

L'Italia deve riformare la legge sull'ergastolo ostativo, che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia. Tutti loro hanno ricordato proprio come le mafie, sin dal principio, si siano sempre opposte all'ergastolo e che lo stesso Totò Riina aveva inserito nel cosiddetto "papello" (l'elenco di richieste presentato allo Stato per interrompere la campagna stragista) proprio l'abolizione dell'ergastolo e del carcere duro. Quando Salvini parla di "assassini" però commette un'imprecisione fondamentale perché anche chi è condannato per omicidio può accedere ai benefici di legge a patto che non rientri nelle fattispecie previste dall'articolo 4bis. Non comprendono la virulenza, la rilevanza, di questi soggetti. Paghi, punto. Qui piangiamo ancora i nostri eroi, le nostre vittime, e ora dovremmo pensare a tutelare i diritti dei loro carnefici? "E non si tratta di un problema che interessa solo l'Italia, ma ne va della sicurezza di tutta l'Europa".

Secondo Morra, "si è offesa la memoria di uomini come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Carlo Alberto dalla Chiesa, i giudici Scopelliti e Rosario Livatino e tanti uomini delle forze dell'ordine". Queste sono circostanze che sono state rappresentate nella difesa del governo italiano sia nella causa contro Marcello Viola sia nell'appello presentato alla Gran Chambre. "Il perno di questo regime - una vera e propria presunzione legale assoluta - è che solo collaborando si ha la prova certa sia della rottura col sodalizio criminale che dell'avvenuto processo di ravvedimento del reo".

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