Il boss Riina non puó più uscire dall'ospedale Maggiore: troppo malato

Riina non si è presentato nella stanza per il collegamento in videoconferenza

Riina non si è presentato nella stanza per il collegamento in videoconferenza

Milano. Slitta per motivi di salute il processo a Totò Riina per le minacce di morte al direttore del carcere di Opera Giacinto Siciliano. Lo ha deciso il Tribunale in seguito a una comunicazione del carcere di Parma in cui si spiega che il boss, detenuto al 41 bis, "non può essere al momento trasferito al di fuori della sezione detentiva" dell'ospedale della stessa città dove è ricoverato per via delle sue condizioni fisiche.

Secondo informazioni circolate questa mattina, 17 ottobre, Totò Riina "sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico". Nessuna conferma ufficiale sul fatto che il capo di Cosa Nostra abbia subito un intervento, come era trapelato in mattinata quando Riina non si è collegato, come al solito, per l'udienza in videoconferenza dal carcere di Parma. Infatti spiega ancora Giovanna Maggiani Chelli: "Se Riina non potrà partecipare in alcun modo al processo di Palermo e non rinuncerà all'udienza, il processo e conseguente deposizione di Giuseppe Graviano potrebbero slittare". Dietro l'uso del condizionale "sarebbe" si nasconde una sorta di giallo, visto che la notizia - diffusa da un sito - è stata poi smentita da alcune fonti del Dap, il dipartimento che sovrintende l'amministrazione penitenziaria.

Nell'udienza dell'11 luglio sulla base di una relazione dei medici dell'ospedale emiliano, il Tribunale di Milano aveva stabilito che, malgrado "l'età avanzata" e le numerose "patologie", il boss ha la "piena capacità di intendere e di volere" e il procedimento deve andare avanti. I sanitari del carcere non avrebbero autorizzato il traferimento dell'imputato nella sala videoconferenze questa mattina a causa di un lieve malore, determinato pare da un calo di pressione. Riina ha allora rinunciato a partecipare al dibattimento che dunque è stato rinviato.

Tempo addietro i legali del boss, gli avvocati Luca Cianferoni e Mirko Perlino, avevano provato a chiedere lo stop del processo o in subordine una perizia per valutare la "capacità processuale", ossia di comprendere di essere sottoposto a un processo.

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